CIARAMELLA | Pensieri Intrecciati

 

C’era una volta un tempo in cui da bambino ho vissuto dove la plastica non esisteva, dove l’uomo e la terra si aiutavano a vicenda, con fatica e sudore si raccoglieva ciò che essa donava. Il bosco non era luogo di mostri o fate ma di ricchezza selvatica. Ogni elemento, ogni segno, ogni pianta era di aiuto e conforto. Era sopravvivenza! Come il bosco anche il ruscello, le sue canne, il salice flessuoso, le giovani piante di castagno che a maggio regalavano il suono del flauto di corteccia del dio Pan.

 

C’era un momento dell’anno in cui ci si preparava al raccolto, quindi bisognava essere pronti e allora si cominciava a costruire cesti, sporte, panieri. Vedevo mio nonno e mio padre, e come loro tanti altri, entrare nel bosco con la luna calante. Ne uscivano con fasci di piccole piante flessuose che, pulite dei piccoli rami, diventavano fruste delicate. Qui per me cominciava la magia!

 

Le mani dei contadini-canestrai iniziavano una sorta di rito, come la recita del rosario. La prima cosa che facevano era la costruzione di una croce di legno che si apriva a raggiera come un sole dal quale si sarebbe sviluppato tutto il resto: una ragnatela fitta e resistente che avrebbe accolto i doni della terra. Le mani accarezzavano e intrecciavano con pazienza, modellavano in ogni forma e grandezza. Osservando ho imparato!

 

Quei gesti, quella preghiera mi sono rimasti dentro. Ho attraversato quei boschi cercando giunchi, ho costeggiato il ruscello raccogliendo canne. Da questo mondo sono venuti fuori i miei cesti-scultura, come ragnatele della memoria dove i semi e i segni sono diventati il mio racconto di un vissuto mai dimenticato.

 

Mario Ciaramella

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